Rifugio nel bosco
C'eri tu, bosco ad accogliere il pianto disperato indescrivibile di un bimbo abbandonato. Tu mi hai accolto ti sei stretto attorno a me con l'affetto materno, paterno. Ti sei fatto abbraccio con la sincera pioggia scrosciante per farti sentire vicino. Ti sei fatto pozza per accogliere il calpestio furioso dei miei piedi. Ti sei fatto masso per offrirmi un posto dove sedermi. E ci sei riuscito alla fine - le tue voci nascoste tra foglie ed acqua. Ti ho sentito ho capito che non ero solo che non si è mai del tutto soli. E ancor oggi, nell'esperienza mi parli, ti ascolto. E le lacrime adesso sono di emozione. Assuntino 50 - Autobigrafia; 1955 | Contesto dello scritto Luogo: Collegio ex-Celestini, in Prato, Dietro al Collegio, nel lato che guarda il crinale della collina, c'era un folto bosco, percorso da un sentiero stretto dai rami e dal fogliame che diradava ad un tratto in un piccolo spiazzo. Da un lato un masso si prestava a sedersi per una pausa. Racconto qui, come da lucido ricordo, di un pianto dirotto, disperato, le mani pressate sul viso, la pioggia scrosciante, il freddo pungente, lo scalpitio frenetico, furioso dei piedi su una grossa pozzanghera. Penso che tale disperazione, come la ricordo adesso, se non trova una qualche forma di consolazione, sia causa di gravi danni per un bambino di quattro, cinque anni. Di fatto, come riportato dal mio babbo e confermato da altri familiari, dopo lâuscita dai Celestini, rimasi muto per quasi un anno. Facevo sono versi muti, senza parola. Provenivo da una situazione familiare già disperata (sorvolo qui i particolari, pur pesanti), di cui il fatto per me più rilevante era l'abbandono della mamma quando non avevo ancora tre anni. Ripescata da chi di dovere mi scaricò ai Celestini. Avevo però il mio babbo che per me era diventato babbo e mamma. Adesso era scomparso anche lui. Anche lui mi aveva abbandonato (così pensavo in tale situazione), abbandonato a queste persone malvagie che, nella mia mente di bambino non riuscivo a capire. Non ricordo né il prima né il dopo di quel folle pianto. La parte del testo "E ci sei riuscito, alla fine" è una rielaborazione attuale di quel ricordo, a cui sono pervenuto dopo un lungo percorso. Nei primi anni del '70 mi recai nell'collegio. Silenzio. Solo una persona, da una casa antistante, nascosta tra le persiane, mi spiava. Feci il giro dell'edificio; ritrovai il sentiero e il masso; riconobbi anche il lieve avvallamento del terreno antistante il masso dove pestavo i piedi nell'acqua. Di certo, fin da ragazzo ho avuto un grande affetto per il bosco. |
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